Il gioco in terapia

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Nel bagaglio delle modalità relazionali il gioco rappresenta forse il mezzo più articolato e più ricco di sfumature per ingaggiare famiglia e terapeuta in terapia.
Per il terapeuta il “giocare con quanto osserva” rimanda alla fantasia creativa che lo stimola a produrre nuovi nessi associativi e a proporli alla famiglia, sollecitandola a partecipare a sua volta con i propri nessi.
Giocare permette di viaggiare su livelli metaforici, trasformando parole e comportamenti in immagini, ma poi si può ridiscendere insieme nel “reale” e ritrovarsi con oggetti concreti, inanimati (ora di legno ora di carta etc.). E’ proprio l’alternanza tra concreto e astratto, tra reale e metaforico, che permette di introdurre e mantenere nel sistema terapeutico un alto livello di ambivalenza e di dubbio: il “come se” del gioco. Introducendo incertezza e probabilità nel sistema terapeutico si mettono in crisi comportamenti e motivazioni scontati, alla ricerca di significati alternativi.
Per giocare e far giocare è necessario che il terapeuta sposti il baricentro della propria competenza e si “conceda” al rapporto, limitando la tendenza ad “astenersi” per partecipare alla costruzione emotiva dello scenario terapeutico. Saper giocare aiuta a non prendersi troppo sul serio, a considerare le proprie e altrui definizioni della realtà come temporanee e mutevoli.
Il terapeuta dovrà imparare a fare ampio uso di se stesso e delle proprie caratteristiche personali (sesso, età, modo di gestire, di ridere e parlare, di muoversi etc.); se imparerà a ricoprire parti e ruoli diversi, in seduta, spostandosi da un piano generazionale a un altro (facendo ora il bambino, ora il vecchio saggio) permetterà agli altri di non rimanere bloccati sempre nelle stesse funzioni stereotipate.
Lavorando con una famiglia, il terapeuta deve essere in grado di favorire il confronto tra gli adulti e la loro collaborazione alla terapia, ma si deve altresì considerare il bambino come una persona che ha pieno diritto di esprimere e trasmettere pensieri, sentimenti e opinioni in modo personale e non certo subalterno o qualitativamente inferiore agli altri. La sua sarà quindi azione di traduzione di modalità di pensiero diverse, e il gioco potrà diventare uno stimolo efficace per collegare il mondo degli adulti, ricco di concetti astratti e di comunicazioni verbali, con il mondo dei bambini, vibrante di espressioni non verbali e di immagini concrete. Attraverso il gioco si sperimenta una realtà paradossale: si compiono atti reali in un contesto (quello ludico) che nega la loro realtà, mentre gli oggetti stessi che si usano acquistano caratteristiche multiformi, perché contemporaneamente “sono e non sono” ciò che stanno a rappresentare.

Winnicott afferma che “la psicoterapia ha luogo laddove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta” e ancora ribadisce che “quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine quello di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace”.

Andolfi presenta con chiarezza alcune modalità di gioco di cui può avvalersi il terapeuta: il gioco con gli oggetti, giocare costruendo un’immagine – specchio della situazione, giocare usando metafore, il gioco con le parole.
L’autore dedica infine un’ultima riflessione all’uso dell’umorismo e della risata in terapia, considerati ingredienti fondamentali del gioco relazionale. L’umorismo è il “regolatore del processo terapeutico”: il saper ridere delle cose produrrà l’effetto di vederle “come dall’esterno” (ancor di più quando le persone ci sembrano dentro fino al collo). Nello stesso tempo quando l’umorismo riesce a toccare quelle regole relazionali della famiglia più recondite e a spostarle di livello, si produrrà in seduta un aumento della tensione interpersonale, elemento indispensabile per innescare un processo di cambiamento. Quando la tensione diventa insostenibile ecco che esplode nella risata, la cui funzione è quella di espellere, lungo i canali di minor resistenza, il sovrappiù delle emozioni. La risata in terapia rappresenta una sorta di caduta fragorosa della tensione: un momento di rilassamento, solo apparente, dell’intero sistema terapeutico che si concede una pausa. In realtà tale interruzione ha la funzione di spostare lo stress dallo spazio interpersonale, ovvero dall’area dei rapporti, a quella interna, più indifesa e vulnerabile, di ciascun individuo.
“Il gioco è un’anestesia necessaria per procedere nell’intervento, … è altresì il catalizzatore che permette il condensarsi della tensione necessaria a un mutamento dell’angolo visuale delle persone interessate” (Whitaker e Keith, 1981).