metodo

Il metodo

APPROCCIO SISTEMICO-RELAZIONALE
La psicoterapia è basata sul rapporto emotivo e di fiducia tra cliente e psicoterapeuta. Si svolge attraverso la parola, il colloquio, la riflessione o mediante altre tecniche (secondo l’orientamento teorico dello psicoterapeuta) comunque proprie della psicologia. E’ un percorso che ci conduce a recuperare il nostro benessere psicologico, eliminando il disturbo o il disagio che ci impedisce di vivere serenamente. Si occupa dunque delle difficoltà psicologiche che compromettono il benessere personale e la qualità della vita della persona. Difficoltà che si esprimono attraverso diversi canali: sintomi psichici, comportamentali, psicosomatici che possono avere differenti gradi di gravità.

 

Esistono diversi tipi di psicoterapia, secondo l’indirizzo teorico di riferimento del singolo psicoterapeuta. Quello Sistemico Relazionale, scelto da me per la mia formazione, trova le sue origini prima nelle ricerche e negli studi del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto e, in seguito, nell’approccio sistemico sviluppato dal team di Milano tra il 1975 e il 1986, che si componeva di M. Selvini Palazzaoni, G. Prata, L. Boscolo e G. Cecchin. La svolta tra il lavoro ispirato al modello strategico dell’MRI e lo sviluppo dell’approccio milanese fu determinata dallo studio del pensiero elaborato da G.Bateson, i cui innovativi contributi aprirono le porte ad un modo di raccogliere, elaborare ed utilizzare le informazioni sui sistemi umani nuovo e più complesso. Tali studi furono poi tradotti in una teoria e tecnica clinica caratterizzate da concetti originali e puramente sistemici proprio dall’equipe di Milano. Questo stesso modello ha poi subito ulteriori evoluzioni teoriche arricchendosi di contributi importanti come quelli forniti dalla cibernetica di II ordine, dal costruttivismo e della narrativa.

Il lavoro del terapeuta che si riferisce a questo approccio è centrato sulla relazione. Fin da subito il terapeuta presta attenzione agli elementi del contesto. Il processo terapeutico è orientato a cercare un significato al di là del comportamento sintomatico ed a lavorare sugli “effetti pragmatici che la diagnosi ha sulle dinamiche interpersonali del sistema relazionale in esame” (Malagoli Togliatti e Telfener, 1991). Uno dei pensieri guida del modello sistemico è che il contesto è matrice di significati ovvero che senza tener presente o analizzare in quale contesto, in quale ambiente, in che luogo e in che tempo, in quale cultura, avviene un comportamento non è possibile comprenderlo e attribuirgli un significato. Un comportamento preso isolatamente, al di fuori del suo contesto di riferimento, non può essere decodificato, può avere nessuno o centomila significati. Il paziente viene visto come una persona che si costruisce a partire dalle matrici psicologiche del pensiero familiare in cui è cresciuto e vive.

Lo psicoterapeuta sistemico lavora per modificare il punto di vista del paziente, gli occhiali attraverso i quali legge la realtà che lo circonda grazie alla rilettura della storia delle relazioni familiari sia che si tratti di terapia individuale che di coppia o della famiglia. Inoltre esplora la funzione che il sintomo riveste per i membri del sistema in esame, infatti esso si consolida e si alimenta solo se svolge una funzione utile a tutti i componenti della famiglia, seppur in modo doloroso. Considerate le importanti valenze e funzioni dei sintomi, è il modo migliore che quella persona o quel sistema hanno trovato, fino a quel momento, per risolvere un problema. Il terapeuta ha il compito di comprendere, insieme al paziente, quali significati e funzioni esprime quel sintomo e attraverso quali modi alternativi e meno dolorosi si possono rinnovare i legami, rinegoziare gli accordi e rivedere i propri modelli, senza patologizzare necessariamente le crisi.

Nella famiglia i sintomi, presentati da un soggetto considerato il “paziente designato”, assumono un significato preciso nel funzionamento relazionale del gruppo di persone che ne fanno parte, ed esprimono le difficoltà dell’intero gruppo familiare. I conflitti che, in alcuni momenti del ciclo vitale della famiglia (nascite, separazioni, perdite, lutti, ecc.), possono sorgere e creare delle tensioni emotive, vengono di solito vissute in termini drammatici dal soggetto portatore del sintomo che, agendo come un regolatore omeostatico, distoglie i membri della famiglia dall’affrontare in modo manifesto le proprie difficoltà relazionali e, accentrando su di sé tutte le preoccupazioni, ripristina una sorta di stabilità familiare, esprimendo e contemporaneamente deviando le tensioni familiari. In questo modo il sintomo diventa funzionale al contesto familiare.
Il paziente, allora, non è colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma, paradossalmente, è esso stesso un sintomo, che esprime, anche a nome degli altri membri della famiglia, un malessere che si ricollega a un’ organizzazione disfunzionale del sistema nella sua totalità. La psicoterapia familiare è rivolta a tutti i membri della stessa famiglia ed ha come scopo quello di capire, con l’aiuto del terapeuta, come la storia delle relazioni possa aver portato ad una situazione di impasse, di sofferenza ed eventualmente alla presenza di un sintomo in uno dei suoi membri.

Il terapeuta non considera il singolo individuo come “malato” e gli altri “sani”, ma considera tutti i membri come appartenenti allo stesso sistema all’interno del quale si strutturano le diverse personalità. Allora, il sintomo, manifestato dal paziente designato, acquista un significato e una specifica funzione, all’interno delle relazioni familiari. Con la terapia si favorisce la possibilità di trovare nuove e più funzionali modalità di ascolto reciproco e di espressione dei bisogni personali. L’intervento terapeutico ha come scopo , sia la soluzione del problema, o del conflitto, presentato dalla famiglia, che il benessere psicofisico di ciascun suo membro, favorendo un incremento della differenziazione del sé rispetto agli altri.

La terapia familiare interviene attraverso varie tecniche di lavoro sulle famiglie, operando su quattro livelli principali di osservazione: la storia trigenerazionale della famiglia (nonni-genitori-figli); l’organizzazione relazionale e comunicativa attuale della famiglia; la funzione del sintomo del singolo individuo nell’equilibrio della famiglia; la fase del ciclo vitale della famiglia in cui si presenta il sintomo del singolo (ciclo vitale: rappresenta una tappa delle varie fasi evolutive attraversate da un sistema-famiglia; si parla, ad esempio dell’uscita da casa dei figli a seguito del matrimonio, del decesso di un genitore o della nascita di un figlio, etc.; questi eventi costringono il sistema a riorganizzarsi, e quindi ad evolvere verso nuovi assetti relazionali).

Adottare la cornice di pensiero offerta dal modello sistemico consente al terapeuta di ampliare molto il suo orizzonte di osservazione e ricerca, di non fermarsi alla dimensione individuale del sintomo, di esplorare le valenze relazionali che quel sintomo ricopre e di approfondirne i diversi livelli di significato, di ripensare alle storie portate dai pazienti, di costruire connessioni tra passato, presente e futuro e di offrire all’interlocutore nuove opportunità, secondo l’imperativo etico di H. von Foerster: “Agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”. Spesso la famiglia in situazioni di difficoltà tende ad agire, in modo inconsapevole, dinamiche relazionali, comportamenti ripetitivi e tentate soluzioni che sostengono e alimentano il disagio anziché risolverlo. Il percorso di terapia familiare è volto ad eliminare le difficoltà, intervenendo sulle dinamiche interattive disfunzionali in atto e facendo leva sulle risorse e potenzialità latenti della famiglia per condurla alla soluzione delle problematiche e ad un nuovo equilibrio che possa consentire il benessere personale dei suoi membri e quello dell’intera famiglia.